Motivo decorativo costituito da elementi convessi, a rilievo o a incavo (baccelli) ottenuti dalla stilizzazione di un baccello vegetale.
(Montelupo Fiorentino 1469-1523). Scultore e architetto si forma presso la scuola d’arte del giardino di San Marco a Firenze, dove conosce Michelangelo Buonarroti; la sua opera costituisce una proposta di sintesi tra la tecnica scultorea del Quattrocento, ancora legata a schemi donatelliani, e la potente espressività della scuola michelangiolesca, che l’artista realizza sperimentando ogni genere di materiale, dal legno alla terracotta, dal marmo al bronzo. Delle numerose e prestigiose commissioni si ricorda il giovanile Compianto sul Cristo morto di San Domenico a Bologna (1494) e, a Firenze. il San Giovanni Evangelista, in bronzo, commissionato nel 1514 da parte dell’Arte della Seta per una delle nicchie della chiesa di Orsanmichele, capolavoro della maturità. Numerosi i monumenti funebri realizzati negli ultimi anni di attività, tra i quali si ricorda quello di Giano Grillo, nella chiesa di Santa Maria dei Servi a Lucca
Bacinella per la lavanda delle mani, usata insieme alla brocca (v.) o al mesciacqua, piccolo contenitore con beccuccio funzionale a versare l’acqua.
Grande piedistallo in legno destinato a custodire i libri corali, con ampio corpo dotato di sportelli e sormontato dal leggìo girevole. Assume solitamente forme monumentali; la sua consueta collocazione è al centro del coro nelle chiese.
Struttura, talora a forma di corona, sospesa a protezione dell’altare, come segno onorifico viene posta sopra il Santissimo Sacramento, gli oli santi del Giovedì Santo, le reliquie, una statua o un alto dignitario. B. d’altare: composto solitamente da un’armatura che sostiene una guarnizione (guarnizione di baldacchino d’altare). B. mobile: costituito da una armatura retta da aste (quattro, sei o otto aste) ricoperta di tessuto, a formare un’edicola portatile (guarnizione del baldacchino processionale).
(Firenze 1624-1696) Storico dell’arte e letterato, le sue Notizie de’ professori del disegno (1681-1728) in parte pubblicate postume, costituiscono il primo tentativo in Europa di una storia universale dell’arte figurativa; l’opera, volta a completare e rinnovare le Vite di Giorgio Vasari, comprende la storia dell’arte dal 1260 al 1670. Nel dialogo La veglia (1690) l’autore illustra il suo metodo critico, basato sulle fonti scritte. Baldinucci ricevette da Leopoldo de’ Medici l’incarico di ordinare la raccolta medicea di disegni e da questa esperienza nacque il Vocabolario toscano dell’arte del disegno (1681). Scrisse inoltre una Vita di Filippo Brunelleschi e una Vita del cavaliere Gian Lorenzo Bernini.
Litografia fiorita a Firenze intorno alla metà del XIX secolo. Ad indicare il prestigio della litografia Ballagny sono le stampe della serie di ritratti disegnati dal Martini, il più celebre autore di disegno nella Toscana del suo tempo, rinomato per l’esattezza geometrica delle sue figurazioni.
(Venezia 1651-1736) Allievo del maestro Mazzone e conoscitore della produzione artistica veneziana del Cinquecento, nello stile maturo dell’artista si riscontra l’influenza dei modi di Giordano e Paolo Veronese; anticipatore del Rococò veneto, è debitore anche alla tradizione pittorica dell’Italia centrale e risulta aggiornato sulle novità pittoriche di Sebastiano Ricci. Allievo a Roma del Maratta, elaborò uno stile eclettico e accademico. Tra le sue opere migliori si ricordano l’Adorazione dei Magi (Venezia, chiesa di San Zaccaria), la Pietà nella chiesa del Carmine e la decorazione della biblioteca del palazzo vescovile di Udine.
È chiamato “bandinella” sia il drappo che ricopre il leggio nelle chiese, sia una sorta di stendardo diffuso soprattutto nel XIV secolo, in tessuto o in legno, impiegato dalle confraternite religiose tardomedievali, che lo esibivano durante le processioni. Di modeste dimensioni, veniva innalzata al di sopra delle teste ed era perciò dipinta su due facce; i soggetti erano di norma attinenti al tema del sacrificio e del perdono: una delle due facce recava l’effigie del santo al quale la confraternita era intitolata; l’altra spesso la Crocifissione o la Flagellazione.
Scultore allievo di Bandinelli, alla morte del maestro ne continua l’attività portando a termine la balaustra del coro del duomo di Firenze. Svolge quindi una lunga attività presso l’Opera del duomo. A seguito della rivalità col Giambologna, accetta l’invito del duca della Rovere di trasferirsi a Urbino, città dove la sua vena creativa si emancipa, in parte, dai modi del maestro.
Nato a San Gimignano (1228 ca.-1300), unico figlio dei conti Buonpedoni si oppose alla volontà della famiglia che per lui prevedeva un matrimonio combinato e si recò presso i Benedettini di San Vito, a Pisa, dove entrò nel monastero facendo l’infermiere tra i malati. Una visione di Gesù lo invitò a non diventare monaco, ma a vivere per venti anni nella sofferenza. Si recò a Volterra, dove entrò nel Terz’Ordine francescano. Divenuto frate si ammalò inguaribilmente di lebbra e, in ottemperanza alla volontà divina, per venti anni, fino alla morte, confortò i sofferenti di lebbra, nel lebbrosario di San Gimignano, presso la pieve di Cellole, sopportando la malattia con tanta pazienza da ricevere l’epiteto di «Giobbe della Toscana». Papa Pio x ne approvò il culto soltanto nel 1906.
Edificio di culto con pianta rettangolare, divisa in lunghezza da colonne o pilastri in tre o cinque navate, conclusa in un vano semicircolare detto abside, talvolta tagliata trasversalmente da un transetto. V. anche navata.
Secondo tutti e quattro i Vangeli Gesù si recò, come molti altri, presso il fiume Giordano per ricevere il battesimo dal predicatore Giovanni, detto appunto “il Battista”; quest’ultimo subito in lui riconobbe «l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo»; Gesù entrò nell’acqua e, appena uscito, lo Spirito Santo discese su di lui in forma di colomba. La scena è una delle più frequenti rappresentazioni nel mondo cristiano, la cui iconografia non presenta significative varianti nel corso dei secoli. Elementi essenziali della scena sono: Giovanni, vestito di un vello, che bagna la testa di Cristo, parzialmente immerso nell’acqua; la colomba dello Spirito Santo; due, talvolta tre angeli che reggono le vesti del Cristo, oppure un panno, per asciugarlo.
Operaio addetto alla lavorazione dell’oro per ridurlo in lamine o fogli sottilissimi. V. anche cesellatura; doratura.
Edificio costruito in prossimità della chiesa per amministrarvi il battesimo. Il termine può indicare anche il luogo che, all’interno della chiesa, ospita il fonte battesimale.
Nata nei pressi di Certaldo, intorno al 1320, da nobile famiglia decaduta, non ancora ventenne vestì l’abito delle agostiniane secolari. A Certaldo si fece mu-rare dentro una stanza, presso la chiesa agostiniana dei Santi Jacopo e Filippo, dove furono aperte due piccole finestre, una corrispondente alla chiesa, per assistere alle sacre funzioni, l’altra verso l’esterno, per ricevere le offerte in cibo che, secondo la tradizione popolare, in qualsiasi stagione dell’anno le venivano portate insieme a dei fiori freschi. Morì intorno al 1370; già al 1372 risale la dedicazione di un altare presso la chiesa dei Santi Jacopo e Filippo a Certaldo, dove era stato tumulato il suo corpo, tutt’oggi venerato.
Nato a Vespignano (Vicchio), da famiglia nobile e ricca, fin da giovane seguì la vocazione e si trasferì a Firenze, dove, insieme all’amico Barduccio Barducci, si dedicò a opere di carità. Dopo la sua morte, il suo corpo fu traslato nella chiesa fiorentina di San Pier Maggiore e poi, a causa delle cattive condizioni della chiesa, nella pieve di San Giovanni Maggiore a Panicaglia, dove tuttora riposa, in una teca di vetro dietro l’altare maggiore.
Sostegno sporgente dal muro, con funzione portante, in legno o pietra. In edifici militari, la mensola che sosteneva il parapetto del cammino di ronda.
Scultore e architetto, iniziò come intagliatore insieme al fratello Giuliano e passò poi alla scultura, eseguendo l’arca di san Savino nel duomo di Faenza (1462-1480) e il pulpito di Santa Croce a Firenze (1472-1475). La sua attività di scultore palesa una ricerca di intensità drammatica, attraverso anatomie indagate con perizia, e rese con effetti di luce piuttosto che di volumi. Nella sua attività di architetto si ispira ai principi decorativi di Filippo Brunellschi, riscontrabili, ad esempio, nel portico di Santa Maria delle Grazie (1490-1491) ad Arezzo e nel progetto di Palazzo Strozzi a Firenze (iniziato nel 1489), eseguito in collaborazione con il Cronaca.
Scultore formatosi in Versilia, tra il 1505 e il 1515, lavora su prestigiose commissioni fiorentine e francesi.Tra le sue opere si segnalano: l’Arca sepolcrale di san Giovanni Gualberto per la chiesa di Santa Trinita, ora in quella di San Salvi, e la tomba del gonfaloniere Pier Soderini per la chiesa del Carmine, entrambe a Firenze.
Appartenente ad una famiglia di pit-tori toscani la sua produzione, documentata anche da opere autografe, tra le quali il San Lorenzo e una santa, oggi presso il Museo di Arte Sacra di Fucecchio, testimonia una formazione in ambienti toscani di tradizione grecizzante, probabilmente avvenuta a Volterra, e l’elaborazione di uno stile che riprende e aggiorna tipologie bizantine sulla tradizione coloristica umbra e toscana. Nel corso di una attività documentata per circa quaranta anni la sua opera palesa anche la meditazione sui caratteri di umanità di Cristo promossi da Francesco d’Assisi.
simbolo Intreccio delle tre lettere latine ihs racchiuse entro un disco solare raggiante. La sigla formata dalle lettere, a volte sormontate dalla croce, indica l’espressione latina: «(vincerai) con questo segno», con riferimento alla croce sovrastante. V.anche monogramma
Cugino del più celebre Cosimo, si forma alla bottega di Neri di Bicci, dove entra nel 1460. Tra il 1488 e il 1490 lavora alla decorazione della sala dei Signori in Palazzo Vecchio a Firenze; nel 1499 risulta ricevere un compenso per la realizzazione di una tavola destinata all’altare Rucellai in San Pancrazio, nella stessa città. Un probabile, ma non documentato, viaggio a Roma darebbe ragione del gusto classicheggiante e della predilezione per l’arte antica e paleocristiana che connotano la sua opera.
Copricapo di forma conica, con l’estremità arrotondata e rivolta in avanti verso la fronte. Originario della Frigia, in Asia Minore, nell’arte greca e romana è caratteristico di personaggi legati all’Oriente come ad esempio il dio Mitra, le Amazzoni, i Persiani.
Pittore e architetto, figlio di Lorenzo di Bicci, nel 1405 eredita la bottega paterna, che rimane operosa nel corso di tutta la prima metà del Quattrocento, ricevendo commissioni di alto prestigio; tra queste si ricorda l’esecuzione per i Medici del ciclo di affreschi con Uomini Illustri nel palazzo di Via Larga, documentato da Vasari, e il ciclo di affreschi raffiguranti gli Apostoli eseguito per la consacrazione della cattedrale di Firenze nel 1434. Legato alla cultura del tardo Trecento fiorentino, si attarda sui modi del Gotico fiorito interpretati con la grazia propria alla pittura cortese.
Motivo decorativo ricorrente in tessuti lavorati a broccato; di derivazione orientale, comparve a Lione intorno al 1695 e quindi si diffuse in altri centri d’ Europa, in particolare in Italia e in Francia. È caratterizzato da forme astratte e fantastiche ispirate a disegni giapponesi, il cui stile venne appunto soprannominato bizzarre, ma che solo apparentemente sembrano mancare di regolarità compositiva.
Pittore appartenente alla cultura tardomanieristica fiorentina, influenzato dal Naldini, la sua opera testimonia l’influenza di pittori più aggiornati, come il Curradi, sulla scorta dei dettami controriformistici; dell’autore ricordiamo soltanto la Madonna del Rosario (Museo di San Francesco di Greve in Chianti 1615)
Grosso e lungo bastone con manico ricurvo, caratterizzante l’iconografia dei santi pellegrini.
Orafo, figlio del maestro Bartolomeo, che aveva eseguito numerose opere per la basilica Vaticana, teneva una bottega a Firenze, insieme ai fratelli. Nella sua ampia produzione si riscontra spesso l’eleganza raffinata propria dell’argenteria neoclassica romana.
Custodia piatta per contenere il corporale formata da due quadrati rigidi decorati; i suoi colori variano a seconda del calendario liturgico. Si usava appoggiata sul calice.
Luogo nel quale, per tutto il Medioevo e fino alla rivoluzione industriale, nella realtà comunale italiana, il maestro di un’arte gestiva l’organizzazione del lavoro durante tutte le fasi di produzione di un manufatto. Solo al termine di un lungo e rigoroso apprendistato presso una bottega era possibile diventare maestri ed iscriversi ad una delle Arti, o corporazioni di mestiere, ed avere una propria bottega ed un proprio punzone. Il maestro di bottega era responsabile della qualità artistica e della bontà dei materiali e per questo motivo, nelle botteghe orafe egli doveva apporre il proprio marchio su ciascun pezzo e attestare, con un ulteriore punzone, il titolo del metallo.
Bottega orafa tra le più attive della prima metà del Settecento, appartenne ad Antonio Mazzi e Agnolo Maria Alisi, che vi subentrò alla morte di Mazzi (1747), ereditandone, probabilmente, il marchio del gallo in campo ovale; si presume infatti che gli oggetti marchiati con tale punzone e successivi al 1747 siano da ricondurre alla mano di Alisi. Il punzone del gallo tuttavia è stato uno dei più frequenti e duraturi nella produzione fiorentina del XVII secolo. Il considerevole numero di opere che portano questo marchio e il loro diverso livello qualitativo hanno fatto presumere che presso la bottega del gallo lavorassero numerose e varie maestranze.
Non è possibile ad oggi ricondurre il punzone del sole in campo circolare a nessun orafo in particolare. È stato riscontrato su due vasi votivi risalenti agli anni intorno al 1635, entrambi donati alla Sacra Immagine dell’Impruneta. Il prestigio dell’icona e della committenza (donatori dei due vasi furono la Compagnia dell’Assunta della chiesa fiorentina di San Piero a Scheraggio e la nobile famiglia degli Strozzi Machiavelli), farebbero presumere si trattasse di una bottega assai stimata a Firenze.
Non è stato possibile ricondurre il punzone della spada a nessun nome preciso. È stato riscontrato su di un vasetto per olii santi della chiesa dell’ospedale Fiorentino di San Giovanni di Dio, risalente al quarto decennio del XVIII secolo.
Bottega fiorentina tra le più feconde del suo tempo, eseguì numerose commissioni per la corte fiorentina dei Lorena. Appartenne a Giovanni Battista Guadagni (notizie 1761-1806), nominato, nel 1795, tra gli orafi e argentieri di Ponte Vecchio, quindi al figlio Gaetano (1804-1836), già suo collaboratore, e al nipote Giovanni (1826-1859). Il marchio «G. Guadagni», in caratteri corsivi, con le due G intrecciate, ha reso difficoltoso individuare gli interventi dei tre argentieri.
La sua opera pittorica testimonia una precoce sintesi tra la fluidità lineare di Filippo Lippi e la plastica saldezza compositiva del Verrocchio, dei quali fu allievo. Il linguaggio vibrante e sottilmente intellettuale che caratterizza la sua produzione degli anni 1470-1485 riflette emblematicamente la tensione fantastica della Firenze umanistica, volta alla trasfigurazione platonica della realtà in bellezza e in mito. La tensione ritmica ed espressiva che caratterizza la successiva produzione di Botticelli esprime invece le tensioni e i limiti degli ideali umanistici nel contesto di una rinnovata spiritualità pietistica di matrice savonaroliana. Tra le opere dell’artista si ricordano la celebre Primavera (1477-1478), la Nascita di Venere, la Madonna del Magnificat (1481-1482), conservate presso gli Uffizi di Firenze, e, tra le opere più tarde, la Pietà (1495), oggi al museo Poldi Pezzoli di Milano.
Pittore allievo di Neri di Bicci, lavorò con Cosimo Rosselli e subì l’influenza di Andrea del Castagno, mostrando una sensibilità per gli effetti di luci ed ombre che lo avvicina alla produzione degli esordi del Verrocchio. Nelle opere più felici cerca di mediare la lezione del Verrocchio e di Botticelli con un compiaciuto realismo fiammingo. Opera documentata è il Tabernacolo del Sacramento (1484-1491) eseguito per la Collegiata di Sant’Andrea a Empoli (ora al Museo), al quale lavorò anche il figlio Raffaello. Questi dimostra una maniera più affrettata rispetto a quella del padre, connotata da un generico eclettismo, che fonde gli ultimi residui della tradizione del Quattrocento fiorentino con suggestioni tratte da Lorenzo di Credi, Granacci e Ridolfo del Ghirlandaio.
Di un tessuto, effetto ad anelli della trama supplementare in oro filato, rilevati per mezzo di uncinetti.
Unità di misura lineare discendente dall’antico «braccio da panno» fiorentino, in uso a Firenze in età tardomedioevale e corrispondente a circa 58 centimetri. Per evitare frodi o differenze nella misurazione, a Firenze la lunghezza ufficiale del «braccio da panno» era scolpita nella pietra, in via de’ Cerchi, nel centro storico della città, dove è tutt’oggi visibile.
Vaso con manico e beccuccio utilizzato per versare acqua nelle abluzioni liturgiche; di forma solitamente ad anfora, spesso riccamente decorato a sbalzo (v.) e cesello (v. cesellatura), è usato insieme al bacile (v.).
Tessuto della famiglia dei lampassi, avente due orditi e almeno due trame; utilizzato soprattutto nell’arredamento, presenta motivi decorativi solitamente in raso.
Tessuto di seta, lino o canapa, di complessa e lenta lavorazione, particolarmente pregiato, caratterizzato da disegni operati, con intrecci che producono un peculiare effetto a rilievo.
Procedimento che segue quello della doratura con il metodo della lamina d’oro, per rendere lucente l’oro deposto in foglia sull’oggetto; consiste nello sfregare la foglia con il brunitoio, strumento costituito da un manico di legno con una pietra d’agata incastonata all’estremità. La particolare composizione della pietra e la sua levigatezza consentono infatti questa operazione di brillantatura della foglia d’oro. Esistono vari tipi di brunitoi, tutti in pietra d’agata, ma di fogge diverse a seconda che si debba lavorare su fondo liscio, parti tornite, incavi ed intagli
Ceramica di produzione etrusca, caratterizzata dal colore nero sia in frattura che in superficie, che si presenta, neimigliori esemplari, lucente e sottile a imitazione del vasellame metallico. Diffusa a partire dai centri dell’Etruriameridionale, in particolare Caere, dal secondo quarto del VII secolo a.C., verrà prodotta fino al V secolo a.C., ma con esemplari di qualità progressivamente sempre più scadente.
Motivo ornamentale che riproduce un teschio di bue. L’uso di tale ornamento richiama secondo alcuni studiosi la consuetudine, nell’antichità, di appendere i crani degli animali sacrificati intorno agli altari.
Figlio dello scultore Giovanni di Bernardo (1429 ca.-1510) e probabile allievo di Andrea del Verrocchio, fu collaboratore di Andrea Della Robbia, al quale strappò il segreto della tecnica di lavorazione della terracotta invetriata. Aperta una propria bottega intorno al 1480, vi produsse opere nelle quali seppe miscelare la lezione robbiana con elementi tratti dalla maniera di Andrea del Verrocchio, Antonio Rossellino e Benedetto da Maiano. Il suo primo lavoro autonomo, documentato nel 1484, è un rilievo rappresentante la Discesa al Limbo per la Santissima Annunziata a Firenze. Quindi lavorò per la cattedrale di Perugia e per quella di Pistoia. Con il fratello Francesco (14621520) lavorò anche al santuario di Santa Cristina a Bolsena. Fu tra coloro che nel 1504 ebbero l’incarico di decidere l’ubicazione del David di Michelangelo. Dell’autore si ricordano anche numerose pale di altare. V. anche Buglioni Santi
Pittore allievo dello zio paterno Benedetto, vi collabora fino alla sua scomparsa (1521); alla morte di Giovanni Della Robbia (1529) rimane erede incontrastato del “segreto” robbiano; la predilezione per forme ricercate e virtuosismi tecnici, che emerge già nelle prime opere, si precisa, nel tempo, nei modi raffinati ed eleganti della produzione matura riscontrabili, ad esempio, nella pala policroma con San Pietro e San Paolo adoranti l’Eucarestia in Santa Maria a La Panca (Greve in Chianti, Firenze). Tra le opere della maturità ricordiamo soltanto i due Noli me tangere oggi presso il museo del Bargello di Firenze (1520-1525, 1530-1540)
Utensile costituito da una piccola asta d’acciaio, con punta a becco, e da un’impugnatura di legno. Il b. produce un taglio acuto, mentre quello della ciappola, strumento analogo, può essere di varie forme (tondo, piano, rigato). V. incisione; sbalzo.
Custodia per il corporale, di forma quadrata, fatta di stoffa decorata cucita su un supporto di cartone, usata appoggiata al calice (v.).
Rappresentazione scultorea parziale della figura umana, comprendente essenzialmente la testa e una parte del torso, che a seconda delle epoche poteva essere tagliato poco sotto al collo, sotto le spalle, alla base del torace, oppure giungere fino alla vita.